1 Cosa sono le microplastiche (e perché arrivano a tavola)
Le microplastiche sono frammenti di plastica di dimensioni inferiori ai 5 mm che derivano dalla degradazione di materiali plastici più grandi o possono essere prodotti intenzionalmente in tale formato, come accade per la produzione di alcuni cosmetici3.
Le troviamo nell’aria, nell’acqua potabile, nei cibi confezionati, nel pesce e nei frutti di mare. E sì, anche nel sale da cucina e nel miele!
Si stima che ogni adulto ingerisca annualmente circa 39.000-52.000 particelle, equivalenti a 5 grammi di plastica, cioè il peso di una carta di credito.4
2 L’intestino come specchio dell’ambiente
Tra gli studi5 più significativi sul tema, quello del gruppo di ricerca guidato dal Prof. Giovanni Marfella ha trovato frammenti di micro e nanoplastiche nelle placche ateromasiche di pazienti sottoposti a interventi vascolari. Un dato che conferma come queste particelle riescano a superare le barriere intestinali e diffondersi nel corpo.
3 Ma cosa accade quando le microplastiche entrano nel nostro organismo?
L’intestino è il nostro principale luogo di scambio con l’ambiente esterno: qui si svolgono la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, essenziali per procurarci la necessaria energia per mantenere in efficienza l’organismo. Un recente studio6 suggerisce una possibile relazione con processi infiammatori cronici asintomatici, cioè stati di infiammazione che si protraggono nel tempo, anche in assenza di un’infezione evidente o di sintomi rivelatori, e che possono danneggiare progressivamente i tessuti in modo subdolo, non percepito e quindi ancora più temibile per la salute.
4 Strategie di protezione: cosa possiamo fare?
Un’ulteriore conferma arriva da recenti studi sperimentali7 sul trattamento delle acque: tra i metodi analizzati per ridurre la presenza di microplastiche, le tecniche di coagulazione si sono rivelate efficaci, grazie alla capacità di aggregare le particelle rendendole più facili da separare e rimuovere.
In particolare, il Chitosano, un polisaccaride naturale derivato dalla chitina (molecola presente nell’esoscheletro dei crostacei), ha mostrato la capacità di aggregare le microplastiche e favorirne la rimozione.
Un recente studio8 condotto in laboratorio ha valutato l’efficacia del Chitosano nel rimuovere particelle di polietilene da acque reflue sintetiche, analizzando diverse variabili. Il risultato più efficace si è ottenuto con una rimozione dell’81,5 % delle microplastiche a pH 6.0 con una concentrazione di 100 mg/L di Chitosano. Questa molecola è infatti caratterizzata da carica elettrica opposta rispetto a quella delle microplastiche: quando si incontrano, le cariche si neutralizzano e le particelle si aggregano tra loro, formando dei piccoli grumi che possono essere eliminati più facilmente.
Questo rafforza l’idea che il Chitosano rappresenti una delle strategie più promettenti e sostenibili per ridurre l’accumulo di microplastiche, non solo nell’ambiente ma anche nel corpo umano9.
Come dimostrato dal recente studio10 del Prof. Umberto Cornelli, infatti, una singola somministrazione orale di 0,8 grammi di fibra derivata da Procambarus clarkii (PCC-Chitosano) ha aumentato del 45% l’espulsione di microplastiche attraverso le feci, rispetto alla fase di controllo.
Oltre all’efficacia quantitativa, lo studio ha rivelato un’azione selettiva: il Chitosano si è legato a fibre sintetiche come polietilene, polipropilene, rayon e PET, modificando forma e dimensione, favorendone l’eliminazione.
Questo approccio apre una nuova frontiera nella gestione dell’esposizione alle microplastiche: favorendone attivamente l’eliminazione, in modo compatibile con la fisiologia umana e senza effetti collaterali noti.
5 La salute del nostro intestino oggi racconta anche la salute del pianeta.
Le microplastiche non sono più un fenomeno “esterno”, ma una realtà che ci “attraversa”. Per questo, ogni passo verso una maggiore consapevolezza – nell’alimentazione, nelle abitudini, nella ricerca – è anche un passo verso un’ecologia personale.
